1 Maggio 2016

Quarto Stato - Giuseppe Pellizza da VolpedoSono passati esattamente 130 anni dalla primavera del 1886 durante la quale avvennero due episodi distanti geograficamente ma idealmente e politicamente vicini e destinati a lasciare un segno negli anni a venire.
Il 20 marzo 1886, la rivista “Fascio operaio”, organo del Partito operaio, pubblica il testo dell’Inno dei lavoratori.
L’inno nacque a Milano in occasione della inaugurazione dello stendardo della Lega dei Figli del Lavoro e doveva essere “la sintesi delle aspirazioni del Partito operaio”.
A scrivere i versi fu designato all’unanimità Filippo Turati (Canzo 1857 – Parigi 1932), allora un giovane avvocato ventinovenne ma già ben noto negli ambienti del movimento operaio; Amintore Gallo, critico del “Secolo” il quotidiano radicale dell’epoca, musicò il testo. «Su fratelli, su compagni/ su, venite in fitta schiera,/ sulla libera bandiera/ splende il sol dell’avvenir», queste le parole iniziali.
La prima audizione – ricorda Costantino Lazzari, uno dei padri del Socialismo italiano – avvenne in una sala della redazione del “Secolo” e pochi giorni dopo «noi ne facemmo la prima pubblica prova nella modesta trattoria Tresoldi in via Bocchetto. Ne restammo tutti commossi ed entusiasti e da allora in poi divenne il nostro ritornello di richiamo».
In coro venne cantato per la prima volta in una riunione privata perché la polizia aveva proibito sia l’inaugurazione dello stendardo sia l’inno dei lavoratori, che, però, per anni e anni, venne cantato in tutte le contrade d’Italia, sfidando le condanne per «istigazione a delinquere» e «incitamento all’odio di classe».
Nei versi si avvertiva la grande tensione ideale del Quarto stato, anche se non mancava una certa ingenuità; che non si trattasse di alta poesia, peraltro, era Turati a riconoscerlo per primo.
Parlando con Paolo Treves, Turati infatti gli confidò che gli avevano fatto tanti processi per questi versi come eccitanti all’odio di classe: «Dovevano invece condannarmi per incitamento al delitto contro la poesia».

Il secondo evento avvenne a Chicago.
Il I° Maggio 1886 cadeva di sabato, giorno lavorativo, ma in dodicimila fabbriche degli Stati Uniti 400.000 lavoratori incrociarono le braccia: fecero loro la parola d’ordine coniata in Australia nel 1855 “otto ore di lavoro, otto di svago, otto per dormire”.
La manifestazione si svolse pacificamente, ma nei giorni successivi scioperi e manifestazioni si susseguirono e nel clima di tensione la polizia usò le armi, uccidendo numerosi operai. Quattro anarchici, ritenuti responsabili della protesta, furono impiccati.
Nel ricordo di quell’evento, tre anni dopo, il 20 luglio 1889, la Seconda Internazionale riunita in congresso a Parigi decretò che in una data stabilita, che sarà proprio il I Maggio, “una grande manifestazione sarà organizzata in modo che simultaneamente in tutti i paesi e in tutte le città, nello stesso giorno, i lavoratori chiederanno alle pubbliche autorità di ridurre per legge la giornata lavorativa a otto ore…”.

Il I° Maggio 1890 la festa del lavoro raccolse ampi consensi e vide la partecipazione inaspettata e numerosa degli operai; laddove questi furono costretti al lavoro, ci andarono, come a Voghera, vestiti a festa.

Il I° Maggio assunse, e manterrà negli anni, il doppio significato di festa e di lotta, vedendo prevalere ora l’uno ora l’altro aspetto nei vari periodi storici.